Linguaggio

Pubblichiamo una piccola tesi fatta da una studentessa liceale sulla comunicazione. queste parole scritte da una giovanissima promessa ci da spirito alla redazione del Quicchio di andare avanti, prendendo spunto da come comunicare

Claudio Ferretti

Il linguaggio è la componente più importante nella vita di un uomo, senza di esso sarebbero compromesse molte azioni quotidiane. Un deficit dell’apparato linguistico incide drasticamente nelle relazioni, nell’espressività, nella condivisione ma anche solamente nella richiesta di aiuto. S’intende per linguaggio un sistema di segnali e simboli che codificati permettono la trasmissione di un messaggio, quindi in riferimento a tutto ciò che concerne l’espressione verbale. Ma non esiste solamente la comunicazione verbale, bensì anche quella non verbale (rappresenta il 55% dell’azione comunicativa).

Quest’ultima converge in tutti gli atteggiamenti che incorniciano la parola, ma non solo, infatti anche senza l’ausilio della comunicazione verbale è possibile trasmettere emozioni e stati d’animo. Come recita il primo assioma della comunicazione della scuola di Palo Alto: è impossibile non comunicare anche i silenzi, la passività e l’inattività sono forme di comunicazione al pari delle altre, poiché portano con sé un significato e soprattutto un messaggio. La prossemica, la mimica facciale, la posizione delle braccia, la gestualità delle mani, influiscono notevolmente nell’espressione di una persona. Decodificare questi piccoli atteggiamenti ci da un’idea della persona che abbiamo dinanzi.

Dall’etimologia della stessa parola comunicazione, che deriva dal latino communico significa mettere in comune, indica un fenomeno di interazione che si attiva tra due o più persone e che mediante lo scambio di stimoli e risposte crea un feed back, ovvero la decodifica del messaggio.

Nello studio del linguaggio importanti psicologi come Watzlavick, capirono che ogni processo comunicativo è condizionato da due importanti elementi: il contenuto, cioè ciò che la persona vuole comunicare e la relazione tra gli interlocutori .

Quest’estate durante il mio periodo di volontariato alla Nostra Famiglia i gruppi di lavoro erano differenti rispetto al periodo scolastico, infatti il campus estivo era suddiviso in due parti, i ragazzi con maggiori abilità trascorrevano le giornate all’oratorio comunale, impegnandosi in giochi di squadra; mentre i ragazzi con maggiori difficoltà svolgevano attività ludiche all’interno della palestra della scuola.

Tutti i ragazzi avevano difficoltà nell’espressione verbale, in particolare ricordo una ragazzina che presentava la lingua in modo permanente sporgente , faticava molto a parlare ma riusciva a compensare in altri modi come ad esempio attraverso la gestualità.

Ma la parte significativa era la figura della sua educatrice, che accentuava maggiormente il movimento delle mani e braccia. Ad esempio se la ragazzina faceva qualcosa che non avrebbe dovuto, l’insegnante si metteva le mani nei capelli.

Il linguaggio si presenta quindi come un sottoinsieme della comunicazione la quale definisce un mondo ben più ampio, non generalizzabile all’uso della parola, che seppur fondamentale, occupa solo un frangente di quel sistema complesso che caratterizza l’espressione di un uomo.

Il giornalista Jean-Dominique Bauby a causa di un ictus, si svegliò paralizzato, infatti la sua mente ancora lucida era imprigionata in un corpo che non rispondeva più alle sue richieste. Questa sindrome chiamata per l’appunto locked-in, gli permise solamente il movimento della palpebra sinistra. Grazie ad un nuovo sistema comunicativo egli con l’aiuto di un collaboratore riuscì a dettare un libro, che racconta la cronaca delle sue giornate.

Per ampliare l’universo comunicativo, l’uomo inventore ha costruito numerose macchine che facilitano o addirittura sostituiscono la comunicazione umana. Oggigiorno il mondo tecnologico può essere considerato uno strumento all’avanguardia, quanto la distruzione dei rapporti sociali.

Se da una parte la sociologia e la psicologia indagano per scoprire e capire meglio tutto ciò che concerne la comunicazione nelle sue differenti sfaccettature, dall’altra noi stessi possiamo considerarci i testimoni di una sintesi di sentimenti e agglomerati di frasi ridotte a emoticon virtuali. Le braccia conserte sono state sostituite dai puntini di sospensione e un vero sorriso da una parenesi tonda.

Eppure questo complesso insieme di codici comunicativi è innato in ogni essere umano: com’è possibile che un bambino possa imparare con tale spontaneità la propria lingua madre?

A questa domanda diede una risposta Noam Chomsky, secondo il linguista la produzione e la comprensione delle parole derivano da regole grammaticali innate. La mente umana condivide una serie di tratti strutturali generali,chiamata da Chomsky, Grammatica Universale. Il linguaggio è visto dunque come un sistema a sé, innato ed istintivo, il quale maturerebbe indipendentemente dall’ambiente circostante e si attiverebbe attraverso degli input, ma non ne dipenderebbe.

Mentre per il cognitivista Jean Piaget,la teoria linguistica si può esplicitare in maniera ben differente, infatti la facoltà del linguaggio sarebbe legata ad altre strutture cognitive e pertanto dipendente da esse. Le regole grammaticali che man mano si formano durante l’acquisizione del linguaggio dipendono dagli oggetti e dagli stimoli che il bambino riceve dall’ambiente.

Attraverso l’osservazione dei bambini è quindi stato possibile delineare differenti teorie linguistiche che seppur in maniera differente ci mostrano come il cervello umano nella sue complessità sia uno strumento ignoto.

Partendo dalla mancanza di un bisogno fondamentale dell’uomo,come l’uso della parola, possiamo dunque capire la gravità del deficit a cui si va in contro. Nonostante ciò come sancisce l’articolo numero tre della costituzione italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

l’uomo non rappresenta una figura meno importante sul palcoscenico della propria vita.

“Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l’immagine della norma.”

Dario Ianes, psicologo e fondatore del centro studi Erickson con questa frase sottolinea quale sia l’importanza del modello antropologico. Partendo dalle capacità residue di un bambino disabile è possibile attraverso l’identificazione e l’incentivo dei facilitatori all’interno del contesto circostante dell’utente, dissolvere le barriere affinché si possa giungere ad una performace espressiva adeguata al soddisfacimento dei bisogni primari di un soggetto. Offrendo un percorso sostenuto è possibile quindi creare un livello base accessibile a tutti, nel quale i soggetti possono rientrare in modo paritario.

Infatti per lo psicologo, i bisogni educativi speciali non si limitano al sostegno di ragazzi con disabilità. Ognuno di noi nel corso della vita può ritrovarsi in una situazione di limitazione delle abilità e della partecipazione.

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